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Della Politica

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Quando era al Governo Berlusconi, c’erano intellettuali ex-sinistra che volevano distinguersi dai “poveri plebei” che criticavano in modo “populista” e “demagogico” l’Unto dal Signore. Qualcuno ha dedicato anche un post del proprio illuminato blog scrivendo che sarebbe stato ricordato per aver usato la parola “amore” in Politica, come fatto positivo e rilevante. Si è relativizzato e accettato tutto; d’altra parte in Italia si ha bisogno come il pane di imbonitori, di chiudere a serramanico la porta della coscienza e della consapevolezza, e di raccontarsi che “è meglio così”. In Italia, se io ti rubo una mela e tu mi rubi la casa, siamo sullo stesso piano (“Ho visto un re, ah bè si bè….), anzi io che ti ho rubato la mela sono da esecrare, tu che mi hai rubato la casa sei vittima di un complotto. Adesso è arrivato Monti, il curatore fallimentare, e gli stessi soloni scrivono che sarebbe stata una sciagura se non fosse arrivato. San Monti, o MontBlanc, come dice la Litizzetto. Povero popolo noi.

L’inparagonabile Long John

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Domenica è morto Giorgio Chinaglia, campione degli anni 70. L’ho vissuto ai tempi della mia adolescenza, con la Tv ancora in bianco e nero, senza telecomando, in immagini preziose da “Novantesimo minuto”. Incarnava una storia faticosa di emigranti in Gran Bretagna, riscattati da questo ragazzone goffo, sgraziato, ingobbito, ma terribilmente efficace.
Giocò e vinse nella Lazio, squadra nuova per i vertici del calcio italiano, e per questo da me guardata con simpatia e ammirazione. Era una squadra non raccontabile ai ragazzi di oggi, ai miei figli. Era una combriccola di ardimentosi, gente che girava con la pistola, con la quale effettuavano riti di iniziazione ai nuovi arrivati. Sempre con un colpo di pistola erano capaci di spegnere un interruttore della luce, in caso di eccessiva pigrizia. Erano divisi in clan e litigavano spesso fra loro.
Ma in campo sapevano esprimere il meglio, giudati dal loro amato Mister Maestrelli. Vinsero uno scudetto nel 1974, e ricordo il giorno in cui, con un rigore di Chinaglia, lo conquistarono definitivamente. Long John era il capitano di quella squadra, il centravanti potente, il trascinatore, l’uomo che sapeva prendersela sulle spalle o a ceffoni o a calci nel sedere (come successe in campo con il giovane compagno D’Amico). Ma era un ottimo giocatore, capocannoniere in quel campionato e animato da quella furente sete di rivalsa e intriso di una disarmante ingenuità. Da calciatore fu un grande e penso che resterà il giocatore-simbolo che rappresenterà per sempre la sua Lazio. Fuori dal campo, il suo essere credulone lo mise in mezzo a molti guai. Come spesso succede, fuori dal tempo e dalle loro arene, gli ex campioni diventano fuori luogo e patetici; inseguono sogni che sono finiti da un pezzo. Per me Long John resta un’immagine di potenza e di entusiasmo, di gioia di giocare a pallone, e con quel pallone scaraventare lontano gli anni bui e gli stenti dell’infanzia.
Non è paragonabile perchè sicuramente è un pezzo unico, alla Chinaglia appunto.

Paure

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Ci accompagna da quando nasciamo, ed è compagna della nostra vita e di chi ci sta accanto. Spesso per paura non si fanno alcune scelte, o se ne fanno altre di sbagliate. Sicuramente, se in alcune occasioni, la paura può essere un buon segnale per andarsene da un mondo per noi minaccioso o sbagliato, nella gran parte dei casi ha l’effetto deleterio di bloccarci, di paralizzarci. Nella mia vita ho provato la paura dello scontro fisico da bambino, la paura della morte e dei suoi effetti sul nostro corpo quando avevo 25 anni, poi ho assaporato il panico per non aver denaro, e più recentemente ho assaporato il timore per la malattia. Sono cose normali nella vita di una persona, ma non è giusto farsi guidare dal panico, dall’insicurezza. La vita scappa ogni giorno, al di là dei nostri tentativi di ammansirla, di renderla sicura, protetta, protraibile.
La vita è precaria e le paure le sono dentro in modo costitutivo. Mi porto sempre dentro le parole di un amico di famiglia che, ai tempi dell’Università, e di fronte alle mie preoccupazioni per un esame imminente, mi disse semplicemente “Le paure mettile da parte domani quando sarai là”. E’ un modo per tuffarsi nelle situazione che ci crea ansia; poi quando ci si è dentro si trova la forza di lottare e di domare la “bestia”. Oppure trovo splendide le parole di questa canzone di Rberto Vecchioni: “se verranno gli indiani con i lunghi coltelli noi daremo le botte anche a quelli”. Mettendo da parte le paure appunto.

L’eroe dentro di noi

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In questi giorni mi risuona forte una canzone degli anni 90, di Mariah Carey, dal titolo “Hero”. Mi aveva colpito allora, circa 18 anni fa, quando mi trovavo a lottare quotidianamente in strade impervie, senza avere in me i mezzi per percorrerle.
Sono tempi lontani e definitivamente passati, ma resta attuale la massima che accompagna questa canzone.
Ogni giorno della nostra vita ci chiama a perseguire obiettivi, a combattere battaglie, a resistere a pressioni, a soffrire per incomprensioni, a pregare e a sperare perchè si compia un certo destino. E spesso è una forza titanica, da eroi appunto, che ci viene richiesta. E molto spesso la nostra risposta arriva puntuale, a dispetto del pregiudizio di non farcela che troppe volte ci portiamo dentro. Ma “la paura non esiste” come scrive Tiziano Ferro. Quindi avanti “eroe”!

La Storia non c’è più

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Epoca digitale, epoca di velocità, di link, di tag, di condivisioni, di post, di chat. Epoca in cui si scrive come si parla (grosso problema), in cui la Storia non esiste più. I ragazzi nascono con il web, accedono rapidamente a notizie, mappe, canzoni, film, foto, immagini, parlano e chattano con amici dall’altra parte del mondo. Tutto questo è magnifico, tra l’altro la mia vita, il mio lavoro, la mia attività imprenditoriale, sono imperniati sul web. Ma il contraltare evidente è rappresentato dalla perdita di qualità, di pensiero autonomo, di fondamenta su di sè e sulla Storia che ci ha preceduto e, voglia e non voglia, costituito. “Life is now”, diceva uno slogan che ha avuto molta fortuna; oppure anche “Ti piace vincere facile?”; insomma ci arriva la banalità della vita come sua essenza e costituzione.
Ma, nella realtà, la vita è sempre una gran fatica, in cui bisogna avere centratura, risorse emotivo-intellettuali, capacità di visione, cultura. Ed esempi a disposizione. In occasione della recente scomparsa di Steve Jobs, mi ha colpito (come ad esempio alla morte di Giovanni Paolo II) come si sia ricorsi rapidamente ad accreditamenti epocali.
Senza nulla voler togliere a Jobs, posso umilmente affermare che il concetto di “Stay hungry, stay foolish” è espresso da qualsiasi trainer sportivo da tanti decenni, e non mi sembra proprio nulla di nuovo. Ma molti non lo sanno; life is now appunto.

Quando finisce un capitolo

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Siamo alla fine dell’anno e viene spontaneo, forse visto il mezzo secolo superato tre mesi fa, fare qualche bozza di bilancio. Mi sono soffermato negli ultimi tempi sulle modalità con cui si sono chiuse le mie relazioni, affettive e professionali. Per quanto concerne le prime, ritengo di essere stato fortunato perchè, al di là di comprensibili tensioni reciproche legate all’emozione del distacco, penso di aver vissuto dei passaggi naturali e di aver mentenuto spesso rapporti cordiali con le protagoniste di quello che era stato Amore. Nell’ambito professionale ho avuto a che fare perlopiù con gente leale e onesta. Fanno eccezione 2 casi, che sono molto simili per tipologia di persone in questione e per svolgimento dei fatti. Riassumendo, si tratta di chi si atteggia a guru e dispensa consigli sul mestiere di vivere, facendosi paladini di valori come integrità, condivisione, onestà, eccetera. Quando si è trattato di dividere le strade della nostra collaborazione, in entrambi i casi le persone in questione hanno costruito una bella storia per non pagare quanto dovuto, ovviamente sentendosi dalla parte della ragione (e in Grazia di Dio). Non aggiungo molto, se non che la vera coerenza con se stessi sta nei fatti del quotidiano, e non nelle parole. E che chiudere un capitolo richiede capacità molto superiori che per aprirlo. Buon 2012 a tutti!

Martiradonna, campione umile

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In questi giorni è mancato Mario Martiradonna, che fu tra i giocatori che costruirono la favola del Cagliari, vincitore dello scudetto nel 1970. Io ero un bambino, e non capivo a fondo la portata dell’evento, ma me ne resi conto qualche anno più tardi, quando mi recai in Sardegna e capii quanto l’intera Isola e il suo Popolo fossero orgogliosi di quel Gruppo.
Quella squadra, costruita attorno al grande Gigi Riva e guidata in panchina dal “filosofo” Manlio Scopigno, vinse uno scudetto storico, e ne avrebbe vinto almeno un altro e avrebbe potuto competere in Coppa dei Campioni (allora riservata solo ai vincitori dei rispettivi campionati nazionali) se il suo uomo di punta non avesse subito un grave infortunio. Era una squadra che, raccontano testimoni dal campo, in un Inter-Cagliari a Milano dominato dal Cagliari, a un certo punto il capitano nerazzurro Sandro Mazzola chiese a Riva di non infierire ulteriormente. Era una squadra che attirava i pienoni nei campi in cui si recava. Io la ricordo bambino a Vicenza, attaccato alla rete di recinzione nei parterre, e ho stampata l’immagine di Riva che segna in acrobazia. Lo stadio restò ammutolito e poi si levò in un sincero applauso di ammirazione. Nelle mie decennali frequentazioni di stadi italiani, mi sarebbe capitata una scena simile solo un’altra volta e tanti anni dopo: in Sampdoria-Roma, in cui Totti venne applaudito dal popolo blucerchiato dopo uno strepitoso gol.
Tornando al Cagliari e in particolare a Martiradonna, si trattava di un umile difensore, che sfiorò la Nazionale e chiuse la carriera senza aver guadagnato tanti soldi. Restò in Sardegna, ebbe disavventure finanziarie, e ha finito la propria vita in povertà e gravemente malato. Era una “figurina” della mia infanzia, delle tante rispetto alle quali mi chiedevo che mondo magico ci fosse dietro, cosa facessero queste persone nella loro vita di tutti i giorni. Mi piace ricordarlo qui con gratitudine per aver contribuito ai miei sogni di bambino.

Vita e Morte

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Avevo molte idee per il nuovo post, ma ha prevalso la tragica contingenza. Gli eventi che sono successi nella mia Città di adozione, Genova, e nei paesi delle Cinque Terre, zona che amo e che frequento, sono troppo importanti e funesti per non parlarne. Non voglio soffermarmi su questioni procedurali o polemiche sulle scuole da tenere aperte o chiuse, sullo stato di allerta, sulle giustificazioni delle Autorità.
Si tratta di tanti aspetti importanti, ma quello che vorrei fotografare è il primo pensiero del mattino delle Persone che hanno perso propri figli, mogli, mariti, fratelli. O altre che hanno visto spazzate via le loro case e le loro attività su cui avevano investito la loro esistenza. Quale idea, o quale buio possono albergare o scaturire nella mente dopo fatti di questo genere? Credo che la Vita di ognuno di noi vada comunque riferita a queste possibilità estreme, cioè la Morte e le disgrazie, le malattie e l’ineluttabilità, il “non ritorno” e l’urgenza del nostro esistere. Detto ciò, rimango in silenzio e attonito.

Più a sinistra che posso-2

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Avevo già postato lo scorso anno un titolo di questo genere. C’erano state su altre piazze web delle discussioni e delle speculazioni sulla destra e sulla sinistra, se sono ancora attuali questi schemi. Chi vuol distinguersi e vuole essere avanti dichiara che questi sono impostazioni datate, da guerra fredda, che chi li usa è talmente rincoglionito da non capire che il mondo è cambiato. Io sono un vero e autentico rincoglionito, allora. Danno fastidio i termini destra e sinistra? Vogliamo usare altre definizioni o termini? D’accordo, si può, ma non cambierebbe la sostanza di ciò che penso. Non è certo una questione partitica, in quanto i partiti, almeno in Italia, sono associazioni a favore di chi li presiede e li pratica, di certo non a favore dei cittadini di cui si millantano rappresentanti. E qui, sono d’accordo, non c’è alcuna distinzione da fare fra gli schieramenti. Dal punto di vista ideologico, del sentire come esseri umani, dell’essere cittadini, mi permetto nel mio rincoglionimento, di esprimere con forza il mio pensiero: chi lavora su di sè e vuole cambiare se stesso è di sinistra, chi vuole mantenere lo status quo su di sè, fugge e anela che vengano repressi il cambiamento e la maggiore introspezione è di destra. E aggiungo; noi stessi siamo più di destra quando abbiamo paura della verità e ci piace che venga occultata, siamo più di sinistra quando vogliamo limpidezza e onestà, e pensiamo anche a chi ci sta vicino e non solo al nostro “particulare”. Il mio pensiero è grezzo, da rincoglionito assoluto, non presta ascolto nè a Vendola, nè a Bersani, nè a Casini, nè a Berlusconi. E’ il mio pensiero, e ne sono orgoglioso e convinto, pronto a difenderlo di fronte a chiunque.

E adesso…

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C’è una vecchia e struggente canzone d’amore francese di Glibert Becaud che si intitola così. Descrive lo struggimento di chi viene lasciato dalla persona amata. Inizia così: “E adesso cosa farò di tutto questo tempo, cosa sarà la mia vita
e tutte queste persone che mi sono indifferenti ora che sei partita”; e poi prosegue in modo struggente con versi di questo tenore.
Io non mi trovo in questa condizione, però quando arrivo, come oggi, alle soglie delle vacanze estive, dopo un anno intenso e convulso, sento una dose di smarrimento, di emozione. Il mio ufficio, l’azienda di cui sono socio, fanno sono talmente dentro la mia vita, che una parte di me ne è dispiaciuta. Posso stilare un bilancio di questo anno lavorativo: dallo scorso settembre abbiamo cambiato assetto societario in mezzo a dure battaglie e abbiamo avuto la capacità di resistere e di evolvere grazie a un gruppo di Persone con cui c’è un legame affettivo e cui voglio bene.
Vado in vacanza stanco ma comunque fiducioso. E auguro a chi capiterà fra queste righe di ricomporsi al meglio facendo le cose che più lo fanno sentir meglio.